Nel numero 387 (n. 23/2026) di Animazione Sociale vi è un ampio Focus su “Per un cambio di paradigma con la disabilità“.
Riportiamo un frammento dell’intervento di Franca Olivetti Manoukian dal titolo. “PER UNA NUOVA CULTURA DELLA DISABILITA’, non medicalizzare le persone ma trasformare i contesti“.
(…) Abbiamo sempre pensato alla persona con disabilità come un persona da aiutare, accudire, proteggere, che è un peso per la sua famiglia, che necessita di servizi dedicati dentro cui svolgere la propria esistenza, invece proprio dalle stesse persone con disabilità, dai loro familiari, dalle loro associazioni sta arrivando una proposta diversa: non siamo malati, siamo una delle molteplici forme dell’umano e possiamo, col nostro contributo, arricchire la società.
(…) Di solito si pensa alla disabilità in termini di integrazione: “Come far entrare queste persone nei contesti esistenti?” . Qui il punto è più radicale: la presenza di persone con disabilità cambia i contesti stessi. Non si tratta quindi di “aggiustare” qualcuno perché si adatti al mondo così com’è ma del fatto che il mondo, incontrando questa differenza, è costretto a ripensarsi e spesso grazie a questo incontro diventa migliore. Progettare per la differenza migliora l’ambiente per tutti non solo per qualcuno (es. le didattiche inclusive risultano più efficaci per gruppi eterogenei come sono le nostre classi oggi, un’architettura accessibile migliora la fruibilità degli spazi per tutti, ecc.). Questo è dunque un punto importante: come pensare l’inclusione e l’inserimento delle persone con disabilità?
(…) Mi è spesso stato possibile constatare la mobilitazione e il carico emotivo che richiede la vicinanza con stati di disabilità e mi sembra più che comprensibile che nell’agire -e per poter continuare ad agire- si richieda da parte delle famiglie sostegno, ascolto, riconoscimento delle fatiche, sollievo, facilitazione: da qui il privilegiare l’ottenimento di qualche aiuto immediato e individuale, “pratico”, costituito da contributi economici più consistenti, prestazioni di professionisti specializzati, semplificazioni operative e inscritte nelle ripetizioni di scansioni di attività nella giornata e nella settimana, di utilizzo di spazi e materiali, di relazioni ben note, collaudate e abituali.
Sembra che tutto questo esprima un’attenzione e disponibilità nei confronti delle disabilità, esistente sul piano formale che però non soddisfa realmente: frequentemente (anche perché famiglie e operatori invecchiano) riemergono stanchezze, si riaccendono pretese e lamentazioni, atteggiamenti sottilmente aggressivi, autoreferenzialità e ripiegamenti rassegnati, depressivi.
(…) Si va aprendo una prospettiva innovativa di trattare le situazioni di disabilità, di intervenire con persone disabili nella vita quotidiana in famiglia e nei microcontesti operativi dei servizi socio-assistenziali e socio-educativi. Si tratta di intraprendere dei transiti: dal considerare la disabilità un problema che riguarda il singolo individuo a cui vanno forniti posizionamenti e interventi entro rapporti studiati ad hoc, interindividuali, per contenere/alleggerire le differenze, al rappresentare l’esistenza di persone disabili e la loro partecipazione sociale come un problema di tutti coloro che vivono in uno stesso territorio, di una comunità locale in cui vanno riconosciute e gestite delle diseguaglianze perchè siamo tutti su una stessa barca e nessuno può salvarsi da solo. Per le famiglie è spesso difficile aprirsi, superare ritrosie e reticenze, timori di esporsi a giudizi malevoli, sospendere difese e protezioni di cui ci si è dotati nel corso degli anni rispetto alla vulnerabilità di una figlia o di un figlio e sperimentare relazioni di fiducia (…)
Franca Olivetti Manoukian è psicosociologa, formatrice, consulente presso aziende, enti locali, enti del terzo settore (francamanou@gmail.com)