AniMAziONe SocIAle numero 1 / 2026

Il num. 1/2026 della rivista Animazione Sociale si compone di due volumi dal titolo “Resistenti, attivisti, sognatori. Antologia del lavoro sociale, educativo, di cura“. Contiene 50 aree tematiche, 250 parole e oltre mille brani.

Riportiamo quanto compare in PROFESSIONE PSI-

In salute mentale, povertà e disuguaglianza sono fattori di rischio. Per questo, come diceva Hillman, nello studio della psichiatria deve entrare l’ingiustizia del mondo. Perché tante volte a essere malata non è la persona, ma la società in cui vive. (Ugo Zamburru, psichiatra territoriale)

Oggi le patologie individuali sono -anche, soprattutto- patologie del contesto. La sofferenza non è mai solo un fatto psicologico ma è sempre anche un fatto sociale. Per questo un lavoro psicologico che non sia anche critica del contesto non può essere un lavoro liberatorio. I nostri servizi devono guardare anche fuori, alle condizioni, ai contesti, alle storie. (Paolo D’Elia, psicoterapeuta)

Nessun uomo è un’isola, nemmeno sul lettino dello psicoanalista. Non può esistere una declinazione della professione psicologica che non sia anche profondamente politica. Non ci si può prendere cura del benessere degli individui, senza avere nella mente la rappresentazione della comunità. (Rossella Bovo, psicologa psicoterapeuta)

Non è vero che lo psichiatra abbia due possibilità, una come cittadino e l’altra come psichiatra. Ne ha una sola: come uomo. E come uomo, io voglio cambiare la mia vita. Voglio cambiare l’organizzazione sociale; e non con la rivoluzione, ma semplicemente esercitando la mia professione di psichiatra.. Se tutti i tecnici esercitassero la loro professione, questa sì sarebbe una vera rivoluzione. Quando trasformo il campo istituzionale in cui lavoro, io cambio la società.. E se tutto questo, a qualcuno può sembrare un delirio di onnipotenza, allora viva l’onnipotenza! (Franco Basaglia, Conferenze brasiliane 1979)

Le richieste che arrivano allo psicologo sono simili a quelle che si fanno al medico: togli, estirpa il male, fa’ in fretta. Come in quei manuali di derivazione anglosassone: “Come togliere l’attacco di panico in 10 mosse”. Questo stile di lavoro, fatto di prestazioni limitate nel tempo, senza investimenti in conoscenza del contesto e scambi con altre figure professionali, se può -forse- essere giustificato in chi lavora da solo, ha poco senso nel lavoro dei servizi. Bisogna cambiare rotta, ritrovare l’anima sociale della cura. (Paola Schiavi, psicologa psicoterapeuta)

Fuggiamo con gli stivali delle sette leghe dagli psichiatri che si ritengono portatori di certezze. Queste certezze inaridiscono ogni tentativo di relazione. Finiscono col rendere impossibile qualunque dialogo. E dunque impediscono di cogliere qualcosa della fragilità come condizione umana dai molti volti. (Eugenio Borgna, tra i protagonisti della stagione aurea della psicopatologia fenomenologica)

Debbo confessare di aver trovato sempre più affascinante la salute della malattia. Così, considerato che la maggior parte degli psicologi impiegano buona parte del loro tempo e della loro intelligenza professionale nell’individuare la valenze patologiche anche nelle persone considerate normali, ho cominciato a sentirmi maggiormente autorizzato a fare esattamente il contrario. Ho continuato a prestare maggiore attenzione agli aspetti sani dei malati, anche di quelli molto gravi. Ho continuato così a cercare di aumentare la loro salute mentale piuttosto che accanirmi a scoprire, interpretare e approfondire il vero perché della loro sofferenza. (Paolo Henry, psicologo, già responsabile del programma di superamento del manicomio di Grugliasco Torino)

Uno psicoanalista -ma lo stesso potremmo dire di un operatore sociale- non può essere fascista senza cessare di essere psicoanalista. Perché la psicoanalisi è per prima cosa un interesse per quello che l’altro è e vuole diventare. Un fascista invece s’interessa all’altro solo per discriminarlo, sottometterlo, manipolarlo, eventualmente ucciderlo. Fascismo e psicoanalisi non possono andare d’accordo. (Eugène Enriquez, psicosociologo)

Mai la psicologia potrà dire sulla follia la verità, perché è la follia che detiene la verità della psicologia. (Michel Foucault, filosofo e sociologo, Malattia mentale e psicologia 1962)

La psicologia è stata sempre chiara riguardo alla necessità di liberazione personale, cioè sull’esigenza che le persone acquisiscano un controllo sulla propria esistenza e siano capaci di orientare la loro vita verso gli obiettivi che si propongono come importanti, senza che meccanismi inconsci o esperienze consce impediscano loro il raggiungimento delle proprie mete esistenziali e della loro felicità personale. Tuttavia, la psicologia è stata generalmente assai poco chiara sull’intima relazione tra alienazione personale e oppressione sociale, come se la patologia delle persone fosse qualcosa di alieno alla storia e alla società o come se il senso dei disturbi del comportamento si esaurisse sul piano individuale. La psicologia deve lavorare per la liberazione dei popoli latinoamericani, un processo che, come ha dimostrato l’alfabetizzazione coscientizzante di Paulo Freire, implica una rottura con le catene dell’oppressione personale, così come con le catene dell’oppressione sociale. La nuova prospettiva deve partire dal basso, dalle stesse moltitudini popolari oppresse. Non si tratta di pensare noi per loro, di trasmettere loro i nostri schemi o di risolvere noi i loro problemi; si tratta di pensare e teorizzare noi con loro e a partire da loro. (Ignacio Martìn-Barò, gesuita, padre della psicologia della liberazione)

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