dall’editoriale di Animazione Sociale n. 07/2025
(…) La stragrande maggioranza dei giovani che fanno uso di sostanze non è dipendente ma utilizza alcol, cannabis, stimolanti o nuove sostanze psicoattive come strumenti funzionali: per appartenere a un gruppo, reggere la pressione prestazionale, disinibirsi nelle relazioni, anestetizzare ansia e sofferenza, esplorare identità e limiti. Il consumo, in questa prospettiva, parla prima di tutto del disagio e delle contraddizioni del nostro tempo.
Aumentano policonsumi, sostanze a rapida azione, crisi psichiche acute indotte dall’uso, soprattutto tra giovani senza precedenti clinici. Emergono fragilità diffuse: adolescenti soli, giovani-adulti iper-performanti e vulnerabili, ragazzi ai margini sociali, giovani che cercano nella sostanza una forma di autocura. In questo scenario continuare a pensare che basti “informare” o “reprimere” significa ignorare ciò che l’esperienza e le evidenze ci insegnano da anni.
Il dibattito va riaperto e soprattutto riorientato perché le politiche sulle droghe sono prima di tutto politiche di welfare. Parlano di scuola, di lavoro, di casa, di relazioni, di salute mentale, di spazi di socialità, di modelli di successo e di fallimento che trasmettiamo alle nuove generazioni. Parlano di diritti, di equità, di accesso ai servizi. Riorientare il dibattito non si può però fare se mancano due voci oggi respinte: una è quella di operatrici e operatori, non a caso esclusi dalla recente Conferenza governativa sulle dipendenze. L’altra è quella delle persone che usano droghe alla quale è vitale dare spazio in linea col principio “Nulla su di noi senza di noi”.