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Il nostro tempo non ci concede l’alibi dell’ignoranza. Sappiamo. Vediamo. Non possiamo più dire “non sapevamo”. Le sfide che ci attendono non sono astratte: sono nei campi profughi, nelle guerre dimenticate, nelle disuguaglianze che lacerano le nostre società, nei cambiamenti climatici che minacciano il futuro. Ma sono anche nelle nostre case, nelle nostre conversazioni, nelle piccole scelte quotidiane: come trattiamo chi è diverso da noi, come reagiamo all’ingiustizia quando non ci tocca direttamente, quanto siamo disposti a sacrificare del nostro comfort per un bene più grande.
Ogni silenzio è una scelta. Ogni parola è una scelta. Ogni gesto costruisce o distrugge un pezzo del mondo che lasceremo.
La domanda che ci interpella non è solo “cosa posso fare io, singolo individuo, di fronte a tragedie così immense?” ma anche, e soprattutto: “chi voglio essere? spettatore o testimone? complice o resistente?”. La responsabilità non può essere delegata. Non possiamo aspettare che siano sempre “gli altri” a opporsi, a denunciare, a rischiare. Ciò che siamo come esseri umani, ciò che saremo come società, si decide ora – nel modo in cui scegliamo di affrontare la crudeltà, nel coraggio di riconoscerla anche quando ci riguarda da vicino, nella capacità di resistervi anche quando il prezzo sembra troppo alto.
Perché alla fine, come ci insegna la storia, il vero male non trionfa per la forza dei violenti, ma per il silenzio dei giusti.
(Comune.info 26.11.2025 contributo di Emilia De Rienzo)