DIS-agi scoLAsticI

DIS-AGI SCOLASTICI

Sandra Ancillotti

Il presente contributo dell’insegnante Sandra Ancillotti, è parte del volume in preparazione dal titolo “Il tempo dell’ascolto. La complessità del lavoro territoriale in salute mentale” (a cura di Stefano De Martin D. e Gabriele Santarelli, Cesvot 2026)

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La scuola è sempre un osservatorio privilegiato per comprendere ciò che si muove di bello e di doloroso nel complicato mondo degli adolescenti. In particolare per me, lo è la scuola secondaria di primo grado di San Casciano in Val di Pesa dove io insegno Lettere. Certamente il mio è uno sguardo parziale e molto limitato, ma comunque registra e descrive situazioni che sono spia di problemi e disagi che affliggono i nostri studenti e l’Istituzione scuola medesima.

Trovarsi davanti ad una nuova classe è sempre un’avventura incredibile; il «materiale umano» a disposizione del docente è la sua grande occasione per trasmettere il fuoco della conoscenza, l’amore per la sua disciplina e dare inizio ad una nuova tappa di quel viaggio formativo che l’adolescente ha già intrapreso a partire dalla scuola dell’Infanzia. I ragazzi che oggi (forse qualcuno direbbe da sempre?) arrivano sui banchi delle nostre scuole sono molto fragili; sono «bambini di vetro» che si incrinano facilmente al suono di una parola più forte o acuta, oppure sono maleducati, molto individualisti, impermeabili alle emozioni altrui ma, proprio per questo, altrettanto fragili. Spesso la loro fragilità emotiva si tramuta in paura per le interrogazioni, incapacità di gestire l’attenzione, difficoltà a relazionarsi tra pari con correttezza e disponibilità, rifiuto delle verifiche per ansia da prestazione, ostilità nei confronti degli adulti.

Molto spesso il docente si trova davanti una classe con un forte disagio sia psichico che comportamentale, a cui si aggiungono i numerosi casi di Disturbi Specifici dell’Apprendimento, Bisogni Educativi Speciali (sempre in crescita anno dopo anno) e alcuni ragazzi, affetti da disabilità fisica o/e intellettiva, che hanno necessità di un docente di sostegno, che quasi sicuramente non riuscirà a coprire tutte le ore necessarie. Ecco che l’avventura dell’insegnamento rimane ma è costretta a interrompersi spesso e talvolta con lunghe pause, perché non ci sono gli strumenti adeguati, mancano le risorse umane che la facciano progredire come dovrebbe.

Il senso di frustrazione per non riuscire a far fronte a tutte le problematiche all’interno delle classi, la richiesta implicita di sfoderare tutte le proprie abilità e doti da psicologo, la funzione di sorvegliante al di là delle ore di lezione, la crescente burocratizzazione delle mansioni non fanno altro che aumentare il disagio dell’insegnante, che non di rado si sente smarrito.

La scuola comunque si mette in ascolto delle difficoltà dei docenti e degli studenti e con i fondi a sua disposizione, sempre meno e sempre più ridotti, cerca di offrire alcuni rimedi e supporti: dal 2020,  a seguito dell’emergenza pandemica da Covid-19, è stato introdotto lo sportello psicologico per gli studenti, pratica che avrebbe dovuto già essere attiva da tempo, dal momento che ormai nelle classi svantaggi culturali ed economici, disagi comportamentali e psichici sono realtà concrete e progressivamente in crescita. In alcune scuole le ore dedicate allo sportello psicologico sono aumentate e sono state rivolte anche ai docenti, che hanno sempre più bisogno di un supporto emotivo, di un riscontro motivazionale del loro lavoro. A ciò si aggiunga tutta quella attività pomeridiana di recupero che la scuola, spesso in collaborazione con le realtà formative del territorio, mette in campo per aiutare i ragazzi nello studio attraverso un tutoraggio personalizzato di cui gli stessi insegnanti sono a conoscenza e che seguono a distanza.

Non ci sono solo questi esempi a descrivere ciò che la scuola si impegna a garantire e a offrire alle famiglie e agli studenti, basti pensare a tutti i progetti di educazione alla legalità, alla memoria, alla cittadinanza attiva, ai pacchetti di ore dedicate allo star bene in classe e all’accoglienza, alla promozione di cicli di incontri per i genitori sulle relazioni conflittuali in adolescenza; ma tutto questo, che è comunque buono e dimostra una volontà di inclusione racconta, secondo me, una mancanza che sta alla base di una visione della scuola, che purtroppo segue le richieste sempre più performanti, sempre più «virtuali», sempre più «vincenti» della nostra società.  Non ci si dovrebbe riferire alla scuola come ad un’agenzia formativa la cui definizione evoca un’azienda di servizi, ma forse si dovrebbe parlare di organismo educativo, facendo riferimento a qualcosa di vitale, che cresce, si evolve, perché interagisce con il mondo circostante in un’ottica non utilitaristica ma di bellezza e di sana sfida umana e intellettuale.

La scuola dovrebbe essere il luogo che ci racconta continuamente la speranza di rimanere umani, di diventare sempre più umani, perché non lo si è una volta per tutte semplicemente nascendo, ma richiede un esercizio virtuoso, di perfezionamento, che dura tutta la vita e la scuola è in questo processo che gioca la sua vera vocazione. Le sfide che il mondo intorno a noi offre alla scuola sono tante; alcune sono sirene che ci incantano, ma spesso sono divoratrici di uomini, altre sono veramente una grande opportunità ma molto impegnative e non sempre sono supportate adeguatamente dall’Istituzione scolastica, non solo in termini economici, ma anche di riconoscimento della dedizione dei suoi docenti.

Questo breve contributo è all’interno di una pubblicazione che in particolare riguarda il disagio psichico, la sanità mentale e tutti quei disturbi psichiatrici che sono realtà complesse nelle nostre società civili. Nella scuola sempre più arrivano ragazzi con tali problematiche e l’insegnante resta spiazzato; e anche chi professionalmente ha le competenze (mi riferisco agli insegnanti di sostegno) si trova ad affrontare una situazione che non è stata pre-trattata e quindi opera con quello che ha, o meglio con quello che è, ossia una persona responsabile, attenta, di buona volontà. Ma non basta.

Il lavoro fra gli enti territoriali e la scuola esiste e funziona soprattutto per quei ragazzi le cui problematiche sono legate a disturbi dell’apprendimento, a ritardi cognitivi e altro di simile, davanti ai quali sono state messe in atto procedure e interventi davvero efficaci.  Perciò la sfida urgente che oggi siamo chiamati a raccogliere è proprio il titolo di questa raccolta, ovvero la necessità del tempo dell’ascolto: ascoltare tutti quelli che «fanno fatica ad essere se stessi» e imparare a costruire sul territorio reti di sostegno insieme a professionisti del mestiere, cercando di mantenere distinti, ma non distanti, i ruoli di ciascuno all’interno della scuola.

Il tempo dell’ascolto è di solito faticoso, lungo e richiede un processo di confronto e interpretazione che sono imprescindibili se si vuole dare veramente un significato pieno alla parola inclusione.

 

 

 

 

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