INterveNTo dI ChiarA FeroCi pEr la pReseNtazione Del volUme ‘Il TempO dell’aScolto’

Carissimo,
non potrò essere presente il 14 maggio alla Sala Bagni di San Casciano VP per un impegno sopraggiunto; avevo già avviato una bozza di riflessioni per quel giorno, che mi fa comunque piacere condividere.
Ho raccolto un po’ di riflessioni a partire non solo dalla mia professione di psichiatra, ma anche dalla vita di tutti i giorni.

Volevo raccontarvi un episodio: un giorno mia figlia, tornando da scuola in terza elementare, mi ha detto: ‘Mamma, oggi Pietro ha picchiato Paolo, ma la maestra ci ha detto che Paolo ha un problema nel regolare la rabbia e quindi non lo ha punito“. Il senso era: dobbiamo cercare di capirlo, d’altra parte non è colpa sua, non lo fa apposta.

Sinceramente mi sono raggelata, mi sono chiesta: che tipo di messaggio è mai questo, che significato prende nella mente in evoluzione di un bambino? A parte che la parola regolazione, rispetto alle emozioni non mi è mai piaciuta, le emozioni non si regolano, si provano. Semmai ci si regola sul comportamento (non picchiare), ma quella è una cosa che s’impara con l’educazione, non esiste un disturbo che lo riguarda. Il comportamento si regola attraverso dei limiti sociali, imposti dai coetanei stessi (che le rendono le botte quando necessario, o litigano o isolano) o dalle autorità (scuola, genitori, istituzioni). Ma qui tutto questo frana, e si trova una giustificazione al varcare un confine. Comunicare a dei bambini questo messaggio significa sdoganare il dovere della responsabilità delle proprie azioni, delegando ad un fattore terzo -il disturbo- la responsabilità dei propri comportamenti. Credo invece sia necessario continuare a normare il comportamento sbagliato e segnare dei confini netti fra ciò che è ammissibile e ciò che non lo è, a maggior ragione per chi ha difficoltà nella propria emotività.

La difficoltà degli insegnanti, dei genitori, ad esercitare il proprio ruolo educativo, porta ad una tendenziale prudenza normativa e l’autorità lascia il posto a un atteggiamento di amichevolezza e compassione. La nostra società deve reimpossessarsi del senso di capacità di mettere dei limiti, delle regole, dire dei no e di avere a che fare con le emozioni che ne conseguono, senza spaventarsi.
Un altro episodio che mi è rimasto in testa è invece legato al lavoro: un giorno fui chiamata a fare una consulenza in pronto soccorso a un uomo sulla settantina a cui era morto il figlio adulto tre giorni prima. Si era fermato dal benzinaio, il solito che conosceva e che conosceva anche il figlio e nel soffermarsi a parlare aveva detto che la sua vita non aveva più senso, che tanto valeva farla finita. E’ bastato questo, uno sfogo, una confidenza, perchè il benzinaio chiamasse il 118, ed eccolò lì in Pronto Soccorso a parlare con me, incredulo, quanto me, per quanto accaduto.
Il tema che mi si apre è lo stesso: la mancanza di tenuta emotiva della collettività, a come è facile spaventarsi di fronte alla sofferenza e a come viene da delegare a qualcun altro, esperto il da farsi, la paura di assumersi le responsabilità, l’ottica del rischio zero rispetto alla possibilità di un suicidio in questo casa.
Molte persone pensano che se soffrono sta a loro cambiare il proprio atteggiamento verso la vita, come se non fosse a volte impossibile evitare di soffrire.
Il concetto del rischio zero, cioè non deve succedere mai che un ragazzo in gita si faccia male, che ci sia un incidente sul lavoro, se da una parte implementa un miglioramento della sicurezza dall’altra porta ad un iperesponsabilità paralizzante e un’ iperprotezione che infragilisce.

L’iperresponsabilizzazione e l’iperprotezione da una parte e la riduzione della capacità di essere autorevoli, non autoritari, sono fattori che portano ad ansia e insuicurezza nelle giovani generazioni.
E’ infatti nel trovarsi in contesti difficili, da soli, che i bambini imparano a uscire dalle difficoltà, a chiedere aiuto e acquisiscono sicurezza in se stessi.
L’iperpresenza genitoriale dei nostri tempi porta a sentimenti di incapacità e vuoto interiore, la mancanza di spazi di gioco libero durante l’infanzia e il crescere sotto la continua supervisione genitoriale o di un adulto non facilità quelle esperienze relazionali che favoriscono lo sviluppo di un sé sicuro. Il gioco libero, senza la supervisione di un adulto, sembra sia tramontato negli anni ’80: si intende il poter litigare ai giardini, fare a botte, allontanarsi o avvicinarsi a un amico senza che il genitore intervenga, a volte addirittura parlandone direttamente con il genitore dell’altro bambino e a volte litigandoci a sua volta. Lasciamoli stare da soli.

Diamogli fiducia, possibilità di sbagliare.
Tantissimi ragazzi giovani che sono venuti a visita da me mi hanno detto che non trovano il senso della vita. La suicidialità oggi nei giovani è spesso legata alla perdita del senso, al vuoto interiore, alla mancanza di definizione di sé, quella sensazione di sapere chi sono e chi voglio diventare. Ed è proprio sul diventare che a volte si blocca lo sviluppo. L’eccessivo carico di aspettative si scontra con i limiti di una società mutata, non più in grado di offrire le prospettive che poteva in passato. Ma pare che questo sia scotomizzato, ogni genitore continua a sperare che il proprio figlio possa realizzarsi al meglio, studiare nelle migliori università, avere sicurezza economica, se non anche successo. E’ quasi inaccettabile che un figlio possa avere difficoltà a scuola, sembra quasi che “o sei uno di successo o sei disturbato/malato”, pare non ci sia più spazio per il mediocre, il banale, il duro di comprendonio, il fraglie, il semplice, il pauroso, il timido. E questa magica aspettativa si innesta su un contesto sociale di declino storico e culturale, di fine dell’epoca della gloria occidentale. La mancanza di prospettive di lavoro stabili, la riduzione del numero dei posti di lavoro data dall’uso della tecnologia, la precarietà data dalla minaccia di guerre, la crisi economica, la pandemia, le difficoltà legate all’ambiente ecc.
Sono ostacoli reali, concreti, con cui un ragazzo oggi si deve confrontare, schiacciato dall’altra parte nel tentativo di corrispondere alle aspettative genitoriali di successo, fama e ricchezza, un ragazzo può trovarsi arreso, perso, arriva strisciante un senso di fallimento e frustrazione, si reagisce immobilizzandosi, chiudendosi all’esterno nella propria camera. Ragazzi chiusi in casa, che non vogliono guidare la macchina, non ragazzi che tornano tardi a casa. Non vogliono guidare perché hanno paura oppure sono abituati ad essere scarrozzati ovunque dai genitori? Genitori che da sempre anticipano i bisogni ancora prima che nascano. Da un lato per sentirsi bravo genitori3, dall’altra per ridurre l’ansia del figlio fuori in macchina o in motorino. Tollerare l’ansia è evidentemente più faticoso che alzarsi alle 3 di notte per andare a prenderlo in discoteca.
Poi c’è il tema dell’uso delle sostanze, molto spesso un rifugio dalla sofferenza emotiva, un anestetico del dolore morale, non più legittimo ma spaventante da provare, da esprimere. A volte c’è di più, un abitudine familiare, un lassismo normativo.
E poi c’è l’uso del cellulare che riguarda la generazione nata dopo il 1995, la cosiddetta generazione Z. L’arrivo dell’Iphone nel 2007, l’introduzione dei like e retweet o share nel 2009, con una trasformazione delle dinamiche della comunicazione sociale.
L’acquisizione delle telecamere frontali nel 2010, con un incremento esponenziale dell’abitudine di postare proprie immagini sui social.
La generazione Z è stata la prima della storia a passare l’adolescenza con un cellulare in tasca, che la distoglieva dal contesto presente, da qui ed ora, fornendo loro un potentissimo strumento nella gestione delle emozioni, incrementando la mentalità del successo e della popolarità (like) e il timore dello shaming.

Chiara Feroci, psichiatra (Centro di salute mentale Chianti F.no)

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