Il frammento di Ascanio Celestini e il racconto di Caterina Poggesi compariranno in uno dei prossimi numeri di Briciole (Ce.S.Vo.T.) dedicato al progetto sulla salute mentale realizzato da Fondazione Macinaia tra il 2024 e il 2025 (La fatica di essere se stessi), in collaborazione con Azienda Asl Toscana-Centro e Comune di San Casciano Val di Pesa.
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da Storie da legare
Ascanio Celestini
Quando io ho ascoltato il racconto di Luciano e Doliano sulle chiave del manicomio, me n’è subito venuto in mente un altro. E’ il racconto di Adriano, infermiere di Roma che racconta di un paziente che ruba le chiavi e scappa dal manicomio. Poi gli viene in mente che l’infermiere a cui le ha rubate passerà un guaio e ritorna indietro, gli butta le chiavi dentro la stanza attraverso una finestra e scappa di nuovo. Così il malato scappa e salva anche il suo infermiere-carceriere. La chiave è la cura. La chiave che apre la porta della malattia e permette di uscire e di entrare, di ammalarsi e di guarire, di dividere la malattie-donne dalle malattie-uomini. E la chiave del racconto è la memoria. Non solo la memoria che si comunica, la memoria che ci viene raccontata, ma soprattutto quella che recuperiamo quando ascoltiamo la memoria degli altri. E’ alla nostra memoria che parlano i racconti e non soltanto alla ragione che li seziona e li giudica.
Il malato scappa dalla sua malattia iatrogena e lascia nel manicomio la chiave, la cura repressiva della sua malattia. Per liberarsi di certe malattie bisogna liberarsi della cura. Liberarsene per riuscire a riappropriarsi della memoria e andare a mescolare le storie, per esempio quelle del teatro con quelle del manicomio…
Ascanio Celestini (artista)
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Il racconto di Caterina Poggesi nasce all’interno del progetto curato da Ascanio Celestini nel 2004 tra Firenze e Scandicci. Il laboratorio, partecipato da giovani provenienti da varie parti d’Italia, ha fornito all’artista preziose suggestioni nella costruzione dello spettacolo ‘La pecora nera. Elogio funebre del manicomio elettrico’ che ha debuttato al Morlacchi di Perugia il 18 ottobre 2005. I testi dei giovani corsisti sono poi stati presentati la serata del 9 aprile 2004 al Teatro Studio di Scandicci e sono riportati in “Storie de legare” (a cura di Ascanio Celestini e Rodolfo Sacchettini, Firenze 2006. Edizioni della Meridiana).
Caterina Poggesi, giovane artista fiorentina scomparsa prematuramente nel 2016 e presenza attiva del laboratorio, scava qui su una possibile relazione tra memoria, curiosità, indignazione, sguardo su quanto la storia dei manicomi ha rilasciato nella coscienza popolare.
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Io a San Salvi ci vado tutte le settimane
Caterina Poggesi
Io a San Salvi ci vado tutte le settimane, il giovedì mattina alle dieci a fare danza, danza contemporanea. Vado con la mia amica Cristina, quella alta con i riccioli neri. Prendiamo la macchina, andiamo a San Salvi e di solito siamo anche un po’ lesse perché la sera prima, il mercoledì, andiamo spesso a bere qualcosa sempre a San Salvi, in un posto che si chiama “Ulisse”. Capita che si faccia tardi, ci fermiamo a chiaccherare, si beve una birra e stiamo lì fino a tarda sera. E dopo poche ore, la mattina seguente, siamo di nuovo a San Salvi. La lezione di danza fortunatamente inizia piano piano.
L’insegnante, che si chiama Bianca, ci fa mettere seduti a terra a gambe incrociate, e ci fa chiudere gli occhi dicendoci di ricollocarci nel proprio corpo. Allora noi ci concentriamo, respiriamo… Poi Bianca ci dice che dobbiamo ripartire dalle cose che abbiamo dentro, se siamo stanchi dalla stanchezza, se siamo tristi dalla tristezza, se siamo arrabbiati dalla rabbia come è successo a me un mercoledì sera a San Salvi che mi sono arrabbiata in maniera furibonda fuori dal locale e vociavo come una pazza. La mattina dopo mi sono portata questa sensazione a danza, per tutte le due ore. Poi Bianca mi dice anche che dobbiamo aprirci all’ascolto, sentire lo spazio intorno e quindi cominciare a lavorare sul movimento, sul contatto, sull’interazione. La stanza dove lavoriamo è molto grande. Ha un soffitto a volte appoggiate a delle colonne, le pareti sono ricoperte da plastica verde pallidino che è il tipico colore degli ospedali e questo è uno dei pochi elementi che è rimasto del manicomio. Perché poi, quando si arriva lì e si lavora su noi stessi, ci si dimentica che quel posto è un manicomio. Dopo la lezione si va tutti a mangiare all’Ulisse, perché c’è un ristorantino biologico. Dicono che l’Ulisse sia una cooperativa di tipo B che vuol dire che alcune delle persone che ci lavorano hanno avuto dei problemi, un disagio sociale o psichico e vengono affiancate in una riabilitazione nel mondo del lavoro. Ma questo in realtà io non lo so con sicurezza. Insomma anche a mangiare uno non ci pensa proprio che quello è un manicomio, anche se poi la struttura lo ricorda continuamente. Ci sono dei grossi padiglioni con dei ponti che collegano le diverse strutture per non far scendere i medici nei giardini. Intorno alla struttura ci sono muri altissimi, mitici dove -racconta il Dolfi Doliano, un infermiere che ha lavorato in manicomio tanti anni, quasi 32- c’era un matto che tentava continuamente di scappare, scavalcandoli. Un suo compagno si metteva sotto il muro, poi un altro saliva sulle spalle, tipo circo, e poi lui saltava sopra e scappava via. Dopo un po’ lo ripigliavano. Insomma uscire dal manicomio non era tanto facile però, come dice il Dolfi, si “penava poco” a entrarci dentro, bastava una sciocchezza e in teoria potevo entrarci anche io, tu…tutti.
A volte mi chiedo dove mi avrebbero collocata se mi avessero messo a Sal Salvi. Forse se mi avessero visto quella sera all’Ulisse mi avrebbero messa nel reparto agitati. Agitati: sesto reparto, terza sala: violenti. Oppure terzo reparto che era quello dell’infermeria. Il quarto reparto: semi-agitati. Il quinto detto anche “il merda”, dove stavano i bambini, gli anziani e comunque quelli che dovevano usare il pannolone. Oppure mi avrebbero potuta mettere nel settimo, quello dei lavoratori e magari mi avrebbero mandata a lavorare in quell’altra tenuta, che era sempre un manicomio, Castelpulci sulle colline di Scandicci, e lì magari a lavorare a mezzadria con i contadini. E probabilmente avrei conosciuto il Pacini che era un partigiano che fumava quattro sigarette per volta, quasi come la mia amica Cristina, se non smette di fumare. Io comunque a Castelpulci non ci sono mai stata, e come so poco di San Salvi, so poco anche di Castelpulci. Ho solo un’immagine mia di Castelpulci, fantastica, di un castello pieno di edera dove due miei amici dicono di essere entrati dentro di notte scavalcando il muro. Però non ci sono mai stata. Il Dolfi invece ci ha lavorato e racconta che lì ci stavano un po’ meno ricoverati, ce ne stavano circa 400, 300 uomini e circa 100 donne. Ed erano soprattutto anziani e non ci andava quasi nessuno a trovarli. C’era l’autobus 26 che arrivava fino a un certo punto. Poi alla fermata del 26 c’era una specie di navetta che portava fino alla tenuta di Castelpulci.
Invece a San Salvi io ci vado tutti i giovedì mattina alle dieci a fare danza contemporanea e la prima volta che ci sono stata me lo ricordo bene, ero piccina e la mia mamma mi ha accompagnata lasciandomi gironzolare lì nel giardino. C’erano lì ancora un po’ di ricoverati e mi sono messa a parlare anche con un signore un po’ ciccione e la mia mamma stava un po’ più in là a chiaccherare con un dottore che anni dopo ho saputo essere un neuropsichiatra infantile. In realtà la mia mamma era andata lì per far visitare me, per un eccesso di zelo. All’epoca mi madre era un giovane donna divorziata che cercava in maniera energica la sua identità sia di donna -c’erano allora tutte le lotte femministe, la legge sulla gravidanza e sul divorzio- sia la sua identità politica. E in casa mia c’erano tutti questi libri, di cui io piccina non sapevo nulla, tipo Per le antiche scale di Mario Tobino , scritta verde su tascabile nero, sporco per il troppo uso. Oppure confondo ancora la faccia di Freud con la barba con la faccia di Basaglia, e non mi ricordo più se aveva la barba o no. Oppure Lettura psicoanalitica di Musatti. Io non ci capivo nulla perché in fondo io del manicomio non ne sapevo granché. Adesso invece a San Salvi ci vado il giovedì mattina alle dieci, tutte le settimane.
C’è qualcosa che mi ricorda un po’ che era un manicomio perché quando si entra a fare danza Bianca chiude la porta dall’interno, perché la stanza è un po’ lontana dall’entrata principale. Se qualcuno deve uscire un po’ prima della fine della lezione si prende la chiave, apre, esce, richiude la porta e ributta la chiave dentro la stanza in modo che qualcuno la possa recuperare per uscire e questo succedeva anche nel manicomio, ce l’ha raccontato il Buricchi Luciano che entrò lì non come infermiere ma per fare un’esperienza antropologica, per approfondimento sociale, per fare le pulizie. Poi pian piano ha fatto carriera. Il primo giorno gli hanno dato una chiave e gli hanno detto: “guarda con questa chiave, le porte che non apri vuol dire che non le puoi aprire; via via che farai carriera ti saranno date delle chiavi che apriranno sempre più porte”, e lui entrava e poi apriva le porte e se le chiudeva dietro. Piano piano ha fatto carriera e ne ha viste di tutti i colori. Ha visto la terapia del sonno, l’insulina, anche l’elettroshock e l’ultima persona che ha fatto l’elettroshock a Firenze è stata la compagna di quel ragazzo dell’Isolotto che fu ammazzato durante il corte in via Nazionale, mi sembra nel 1976…e io a San Salvi ci vado tutti i giovedì mattina alle dieci a fare danza contemporanea…
Caterina Poggesi (artista)