GaBRiele SAntARelli

Riportiamo uno dei contributi introduttivi al volume IL TEMPO DELL’ASCOLTO. LA COMPLESSITA’ DEL LAVORO TERRITORIALE IN SALUTE MENTALE (Ce.S.Vo.T., 2026). La pubblicazione può essere richiesta gratuitamente a Fondazione Macinaia dal mese di marzo 2026)

 

C’era una volta il manicomio

Gabriele Santarelli

C’era una volta il manicomio… Era il 1904 e l’Italia giolittiana normava con una legge le istituzioni manicomiali, nate in modo disorganico in tutta la penisola per affrontare il problema dell’assistenza alle persone con disturbi psichici. Lo faceva con una legge che aveva come cardine centrale la pericolosità del paziente psichiatrico, che determinava la necessità per questo di essere custodito e, solo in seconda battuta, curato. Negli anni, i manicomi divennero sempre meno istituzioni di cura e sempre più luoghi di internamento e custodia per una moltitudine umana ritenuta, per ragioni non sempre legate a un disturbo mentale, pericolosa a sé o agli altri o di pubblico scandalo, come recitava la legge 36 del 1904.

C’era una volta il manicomio… E oggi in Italia non c’è più. Dall’inizio degli anni Sessanta, grazie anche a esperienze innovative provenienti dall’estero, come la comunità terapeutica di Maxwell Jones, sono sempre più numerosi in Italia i tentativi di umanizzare i manicomi, divenuti ormai istituzioni decadenti, sovraffollate, in cui pochi medici, raramente psichiatri, e pochi infermieri si occupano più di mantenere l’ordine attraverso la coercizione, spesso fisica, che di curare gli utenti e consentirne il ritorno nella comunità di provenienza. L’esperienza maggiormente radicale inizia da Gorizia, dove un professore universitario proveniente dalla clinica di Padova, Franco Basaglia, incarcerato per antifascismo durante la Seconda Guerra Mondiale, assume la direzione del manicomio e cerca di democratizzarlo, rifiutando fin dal primo giorno la contenzione fisica (celebre il suo “E mi no firmo” quando gli fu portato, al primo giorno di servizio in manicomio, il registro delle contenzioni da autorizzare), aprendo le porte dei reparti e portando alcune innovazioni provenienti dall’esperienza della comunità terapeutica di Maxwell Jones come l’assemblea degli utenti. Progressivamente, il pensiero di Basaglia e delle figure che lo circondano, come Franca Ongaro, Agostino Pirella, futuro promotore dell’esperienza di deistituzionalizzazione del manicomio di Arezzo, Domenico Casagrande, Giovanni Jervis, Leopoldo Tesi e Antonio Slavich, si sposta verso una critica sempre più radicale dell’istituzione manicomiale e, quando Franco Basaglia, nel 1971, diviene direttore del manicomio di Trieste, l’obiettivo è ben più ambizioso: non più cambiare il manicomio, ma chiuderlo, lavorando per reintrodurre progressivamente i degenti all’interno della comunità. La risonanza dell’esperienza basagliana, che porta alla definitiva chiusura dell’Ospedale Psichiatrico di Trieste nel 1980, porta a un cambiamento radicale della legislazione italiana sui disturbi psichici: la legge 180 del 1978, promossa dallo psichiatra democristiano Bruno Orsini, prevede che i ricoveri obbligatori per disturbi psichici possano essere effettuati solo per periodi molto brevi (sette giorni, eventualmente prorogabili), all’interno degli ospedali generali e non in manicomio e sulla base di motivazioni cliniche (stati di acuzie psicopatologica che non consentano un trattamento territoriale e in cui l’utente rifiuti le cure necessarie e urgenti) e non di pericolosità o pubblico scandalo. La legge inoltre vieta l’ingresso di nuovi utenti negli ospedali psichiatrici e promuove la progressiva chiusura dei manicomi. La chiusura definitiva degli ospedali psichiatrici in Italia avverrà nel 1996.

C’era una volta il manicomio… E c’è ancora in quasi tutto il mondo, dato che l’Italia è al momento l’unico Paese ad aver chiuso gli ospedali psichiatrici promuovendo la cura degli utenti all’interno del contesto comunitario; tale esperienza è ritenuta all’avanguardia dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, ma non pone il sistema di cura dei disturbi psichici italiano al riparo da tentativi di restaurazione: in molte legislature, compresa quella attuale, sono state proposte leggi, finora mai approvate, che cercano di tornare indietro rispetto alla legge Basaglia, di ridurre i diritti degli utenti e di riportare il ricovero coatto prolungato, motivato spesso da motivazioni di pericolosità reale o presunta, al centro degli interventi per i disturbi psichici. Pertanto, non è scontato, oggi come nel 1978, ribadire che i cittadini con disturbi psichici godono pienamente delle garanzie costituzionali, in particolare di quelle fornite dall’articolo 13 della Carta, sull’inviolabilità della libertà personale se non per decreto dell’Autorità Giudiziaria nei casi previsti dalla legge, e dall’articolo 32, che sancisce il diritto alla salute e il diritto a rifiutare, salvo in casi previsti per legge, i trattamenti sanitari. Non è scontato ricordare che l’articolo 14 della Convenzione ONU per i diritti delle persone con disabilità, recepita dalla legge italiana nel 2009, sancisce che nessuna persona con disabilità, fisica o mentale, possa essere privata della libertà per il solo fatto di essere disabile e che l’articolo 25 della medesima Convenzione prevede che le persone con disabilità abbiano diritto a godere dei più alti livelli possibili di salute fisica e mentale. Difendere la chiusura dei manicomi è, oggi come negli anni Settanta, difendere la possibilità di tutti i cittadini ad accedere ai diritti sanciti dalla Costituzione e dalle Convenzioni internazionali.

C’era una volta il manicomio… E oggi ci sono, si dice, le “pillole della felicità”. Lo sviluppo degli psicofarmaci ha creato una visione biomedica della psichiatria che sembra considerare ogni disturbo emotivo e comportamentale come esclusivo risultato di uno squilibrio nei neurotrasmettitori, di uno squilibrio chimico del cervello, dimenticando che ogni sofferenza è sempre una sofferenza per qualcosa, che ogni tristezza emerge in un determinato contesto di vita, che ogni comportamento, anche in soggetti con un disturbo psichico, emerge da dinamiche relazionali, culturali, sociali. Benedetto Saraceno ricorda, in un suo libro del 2014, come spesso, sulla spinta delle multinazionali del farmaco, gli interventi di promozione della salute mentale si propongano come unico obiettivo l’aumento del numero delle persone che vengono trattate con psicofarmaci, ignorando il contesto in cui le persone vivono e le possibilità di mutarlo per migliorare la salute mentale. Il trattamento farmacologico come unica o prevalente risposta alla richiesta di cura per i disturbi psichici nega diritti: permette di non evidenziare le dinamiche di sfruttamento sul lavoro che spesso portano a disturbi ansiosi e depressivi reattivi, consente di non affrontare le complesse problematiche legate alla sempre maggiore atomizzazione degli individui, che non riescono più a utilizzare partiti, sindacati e corpi intermedi per trasformare le ingiustizie osservate e subite in rivendicazioni collettive, permette di rimanere in superficie rispetto all’assenza di futuro percepita dalle giovani generazioni per via del succedersi delle crisi economiche e del progredire della crisi climatica. Non rispondere in modo esclusivamente farmacologico significa investire l’intera comunità del compito di creare le condizioni per il miglioramento della salute mentale degli individui, ad esempio fornendo condizioni abitative dignitose, affrontando le diseguaglianze sociali e la discriminazione, promuovendo il diritto al lavoro, la possibilità di accedere a condizioni salariali adeguate e il rispetto dei diritti dei lavoratori.

C’era una volta il manicomio… E oggi ci sono, in Italia, i servizi di salute mentale. La posizione dei servizi è – deve essere – una posizione di crisi consapevole. Il modello manicomiale era un modello forte, per cui ad ogni disturbo psichico che desse delle manifestazioni specifiche (pericolosità per sé o per altri, pubblico scandalo) veniva fornita una risposta unica e aspecifica: il ricovero coatto, che talora si protraeva a vita. Il modello biomedico è altrettanto forte: ogni sofferenza psichica individuale è il risultato di uno squilibrio chimico cerebrale che deve essere affrontato con le adeguate terapie farmacologiche. I servizi di salute mentale, ponendosi in un’ottica di complessità, adottano un paradigma bio-psico-sociale, che non vede solo la persona che si presenta a visita per un disturbo, ma cerca di esplorare anche il contesto in cui si muove: l’individuo che soffre ha una rete di relazioni o è isolato? Come sono i rapporti con le persone che lo circondano? La persona ha un lavoro? Il reddito che ottiene è adeguato per le sue esigenze? I suoi diritti come lavoratore sono rispettati? Dove vive? Le risposte a queste e altre domande fanno sì che la risposta alla domanda di salute mentale posta dall’utente che si presenta a visita non possa essere univoca e debba essere, per così dire, creata di volta in volta, in base a quanto emerso nel colloquio con la persona sofferente e, quando utile o necessario, con chi ha vicino. Espandendo lo sguardo, la sofferenza del singolo deve essere messa in relazione con le caratteristiche del territorio in cui il servizio di salute mentale opera, con le dinamiche sociali che sono in atto al suo interno e che sono, per loro natura, in costante mutazione: pertanto, al dialogo tra il singolo utente e il singolo operatore di salute mentale che accoglie la sua domanda, si sovrappone un dialogo più ampio tra il servizio di salute mentale e il territorio di cui accoglie il bisogno di salute mentale. Questo non può che produrre un sapere in crisi: un sapere che non ha risposte precostituite e che non rifiuta mai di stare nell’angoscia che emerge negli operatori durante l’analisi della domanda dell’utente, quando ancora non si sa quale intervento proporre, perché l’intervento non può che nascere dal dialogo e dall’approfondimento della singola situazione. Il manicomio e il paradigma biomedico, in conclusione, sono dei formidabili ansiolitici per l’operatore di salute mentale, perché gli permettono di sapere sempre cosa fare. L’operatore della salute mentale di comunità deve invece assumere l’angoscia come parte integrante del suo lavoro, come ciò che gli permette di differenziare un paziente dall’altro, come l’emozione che nasce dall’incontro e dall’ascolto con un essere umano sofferente a cui non ha risposte preconcette da dare, ma con cui può iniziare un cammino e un dialogo dal quale può nascere la cura.

Di manicomio, salute mentale di comunità, diritti e nuove sfide abbiamo parlato nei nostri incontri, con l’obiettivo di fornire uno spazio di dialogo, comprensione e approfondimento su un tema fondamentale per il benessere di tutti noi.

Gabriele Santarelli (psichiatra presso il Centro di Salute Mentale Chianti F.no)

 

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